La sordità unilaterale, a lungo considerata una condizione di secondo piano nella pratica otorinolaringoiatrica e audiologica, è oggi riconosciuta come un problema che può meritare un approccio riabilitativo attivo, soprattutto in età pediatrica. The ENTologist ha chiesto a Diego Zanetti, audiologo foniatra del Policlinico di Milano, di spiegarci come le evidenze cliniche abbiano cambiato il modo di valutare e trattare queste forme di deficit uditivo.
Negli adulti, la riabilitazione con impianto cocleare può essere indicata in pazienti che abbiano perso l’udito in modo improvviso, a condizione che la perdita sia relativamente recente e che sia presente un acufene disturbante. Il tema più rilevante riguarda però i bambini con sordità unilaterale congenita, per i quali in passato si riteneva spesso sufficiente la compensazione garantita dall’orecchio normoudente e dalla plasticità cerebrale. Oggi, invece, è chiaro che intervenire sull’orecchio deficitario può ridurre lo sforzo di ascolto, migliorare l’apprendimento scolastico, favorire la localizzazione sonora e rendere più efficace l’ascolto nel rumore.
Le opzioni riabilitative includono sistemi CROS, dispositivi a conduzione ossea e, nei casi selezionati, l’impianto cocleare, che rappresenta l’unica soluzione in grado di sostituire funzionalmente l’orecchio interno deficitario. Nei bambini i risultati possono essere molto significativi, ma richiedono un’accurata selezione del paziente attraverso imaging e, quando necessario, valutazioni elettrofisiologiche per documentare la presenza di un nervo acustico funzionante. In una quota non trascurabile di casi, infatti, anomalie anatomiche o malformazioni possono limitare l’utilizzo dell’impianto cocleare.