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Russamento e demenza: una relazione davvero pericolosa?

Russamento e demenza: una relazione davvero pericolosa?

Una riduzione del russare accompagnata da perdita di peso negli anziani potrebbe rappresentare un segnale precoce del rischio di demenza.

In questo articolo

La relazione tra russare e demenza è da tempo oggetto di dibattito, con studi che hanno prodotto risultati contrastanti. Un recente studio, pubblicato sulla rivista SLEEP, ha affrontato in modo approfondito questa tematica, avvalendosi di un’ampia coorte di partecipanti e di un disegno di randomizzazione mendeliana (RM). L’obiettivo era chiarire la natura osservazionale e causale del legame tra russare e demenza, con particolare attenzione al ruolo dell’indice di massa corporea (BMI).

Lo studio ha utilizzato i dati della UK Biobank, un’importante risorsa epidemiologica che ha reclutato oltre 500.000 individui di età compresa tra 40 e 69 anni dal 2006 al 2010. Per questa analisi sono stati selezionati 451.250 partecipanti privi di diagnosi di demenza al basale. Il follow-up è proseguito fino alla prima diagnosi di demenza, al decesso, alla perdita di contatto o fino alla data di censura dei dati ospedalieri.

Sono stati adottati due principali approcci metodologici:

Analisi di coorte prospettica. Per valutare l’associazione tra russare auto-riferito e incidenza di demenza, i ricercatori hanno utilizzato modelli di rischio proporzionale di Cox. Il russare è stato rilevato tramite la domanda: “Il vostro partner o un parente stretto o amico si lamenta del vostro russare?”, con risposte “Sì”, “No”, “Non so” o “Preferisco non rispondere”. I partecipanti con risposte non informative o mancanti sono stati esclusi dall’analisi.

Il modello 1 è stato aggiustato per variabili demografiche e socioeconomiche (età, sesso, etnia, istruzione, indice di deprivazione di Townsend, abitudine al fumo, consumo di alcol, vivere da soli, e anamnesi di depressione, diabete, ipertensione, cardiopatia ischemica e ictus). Il modello 2 ha aggiunto un ulteriore aggiustamento per il BMI, per esplorarne il ruolo come possibile mediatore.

Analisi di randomizzazione mendeliana (RM). Per esplorare la direzione causale del rapporto tra russare e malattia di Alzheimer (AD), è stata condotta una RM bidirezionale a due campioni, utilizzando polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) come strumenti genetici.

I dati GWAS (Genome-Wide Association Study) per il russare sono stati ricavati da oltre 400.000 individui della UK Biobank; per l’AD, dai 94.437 partecipanti dell’International Genomics Alzheimer’s Project; per il BMI, da una recente meta-analisi.

Gli SNP significativi a livello genomico sono stati impiegati come strumenti per ciascuna esposizione. Il metodo principale utilizzato è stato l’IVW (Inverse Variance Weighted) a effetti fissi, supportato da analisi di sensibilità (MR-Egger, Weighted Median Estimator, Weighted Mode-Based Estimator) per verificare la robustezza dei risultati rispetto alla pleiotropia orizzontale.

È stata inoltre effettuata una RM multivariabile (MVMR) per stimare l’effetto diretto della predisposizione genetica all’esposizione sull’esito, aggiustando per la predisposizione genetica a un secondo fattore (es. BMI).

Risultati principali dello studio

Nel corso di un follow-up mediano di 13,6 anni, lo studio ha identificato 8.325 nuovi casi di demenza tra i partecipanti, di cui 3.706 diagnosticati come malattia di Alzheimer (AD) e 1.801 come demenza vascolare (VaD).

Dall’analisi osservazionale è emersa un’associazione tra russare e un rischio leggermente inferiore di sviluppare demenza in generale. In particolare, chi russava sembrava avere una probabilità ridotta di incorrere in qualsiasi forma di demenza, con un hazard ratio (HR) di 0,93. Questo legame risultava ancora più evidente per la malattia di Alzheimer, dove il russare era associato a un rischio inferiore (HR 0,91). Tuttavia, l’aggiunta del BMI nei modelli statistici tendeva ad attenuare questa associazione, suggerendo che parte del legame potesse essere spiegata proprio dal peso corporeo.

L’associazione tra russare e rischio di demenza variava anche in base all’età e alla genetica dei partecipanti. Era infatti più marcata negli over 65, rispetto a chi aveva meno di 65 anni, e risultava leggermente più forte nei portatori dell’allele APOE ε4, noto per essere un importante fattore di rischio genetico per l’Alzheimer. Un altro aspetto interessante riguarda la durata del follow-up: con il passare degli anni, l’associazione tra russare e minore rischio di demenza tendeva a indebolirsi, un elemento che fa ipotizzare la presenza di una causalità inversa.

Per quanto riguarda invece la demenza vascolare, non è stata riscontrata alcuna associazione significativa con il russare.

Passando all’analisi genetica, la randomizzazione mendeliana non ha supportato l’idea che il russare, di per sé, abbia un effetto causale sulla malattia di Alzheimer. In altre parole, la predisposizione genetica al russare non risultava collegata a un aumento del rischio di sviluppare l’AD.

Al contrario, l’evidenza puntava in una direzione opposta: chi aveva una predisposizione genetica all’Alzheimer mostrava una probabilità leggermente inferiore di russare. Questa scoperta è stata ulteriormente approfondita con un’analisi multivariabile, che ha indicato come questo effetto fosse in larga parte mediato dal BMI. In sostanza, il legame tra genetica dell’AD e minor russare sembrava dipendere dal fatto che le persone predisposte all’Alzheimer tendono anche a perdere peso, e questa perdita di peso può a sua volta ridurre la tendenza a russare.

Implicazioni cliniche

I risultati indicano che l’associazione fenotipica tra russare e ridotto rischio di demenza è probabilmente dovuta a un effetto di causalità inversa. In altre parole, non è il russare a proteggere dalla demenza, ma è la predisposizione genetica alla demenza – in particolare all’AD – a essere associata a un minor russare, probabilmente per via della perdita di peso che caratterizza la fase prodromica dell’AD.

È noto infatti che la perdita di peso precede spesso la comparsa dei sintomi clinici dell’AD. Questo processo potrebbe ridurre il russare, spiegando l’associazione osservata. L’effetto risulta più marcato negli anziani e nei portatori di APOE ε4, che presentano un rischio genetico più elevato.

Pertanto, una riduzione del russare accompagnata da perdita di peso negli anziani potrebbe rappresentare un segnale precoce del rischio di demenza, e andrebbe considerata nell’ambito di una valutazione clinica più ampia.

Limiti dello studio e prospettive future

Lo studio presenta alcune limitazioni. Il russare è stato rilevato in modo auto-riferito, con possibile bias di richiamo. Inoltre, la diagnosi di demenza si è basata su registri ospedalieri e certificati di morte, potenzialmente sottostimando i casi lievi. La mancanza di un’associazione tra russare e VaD potrebbe derivare da criteri diagnostici poco sensibili o da una numerosità limitata del campione VaD.

Studi futuri dovranno includere valutazioni ripetute del russare, in coorti rappresentative e con follow-up più estesi, per meglio chiarire la sequenza temporale degli eventi. Sarà fondamentale anche distinguere gli effetti del russare nei diversi sottotipi di demenza, e approfondire il ruolo dell’apnea ostruttiva del sonno (OSA), di cui il russare è spesso un sintomo, ma che in questo studio ha mostrato un’associazione meno marcata con la demenza rispetto al russare semplice.

Conclusioni

Questo studio fornisce nuove evidenze sulla complessa relazione tra russare e demenza, suggerendo che il russare ridotto, soprattutto se associato a perdita di peso, potrebbe essere un segnale precoce di rischio di demenza piuttosto che un fattore protettivo o causale.

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