Nei pazienti con una lesione iatrogena della motilità cordale a seguito di un intervento chirurgico, il decorso sembra variare in base alla procedura: dopo chirurgia tiroidea la probabilità di recupero, parziale o completo, appare più elevata rispetto a quanto osservato dopo endoarteriectomia carotidea o altri interventi a rischio per il nervo vago o il nervo laringeo ricorrente. È questa la conclusione dello studio retrospettivo multicentrico pubblicato su European Archives of Oto-Rhino-Laryngology e guidato da Talia Ben Simon della Ben-Gurion University di Be’er Sheva, in Israele.
Un danno raro, ma clinicamente rilevante
La lesione iatrogena delle corde vocali rappresenta una delle cause principali di alterazione della motilità cordale e può avere un impatto rilevante sulla qualità di vita del paziente, soprattutto quando si manifesta con disfonia persistente, disfagia, sintomi da aspirazione o dispnea. Il danno può interessare il nervo vago o il nervo laringeo ricorrente e solitamente è associato a chirurgia tiroidea, endoarteriectomia carotidea, interventi chirurgici alla colonna cervicale con approcci anteriori e interventi toracici o esofagei.
Nella maggior parte dei casi il nervo non appare macroscopicamente interrotto. Il meccanismo lesivo può essere invece legato a trazione, compressione, danno termico o compromissione vascolare. Proprio per questo, la prognosi può essere variabile e non sempre facilmente prevedibile sulla base del solo quadro endoscopico iniziale.
Lo studio: 107 pazienti con lesione cordale post-chirurgica
Gli autori hanno condotto uno studio retrospettivo, multicentrico e basato sulla popolazione, includendo pazienti adulti con nuova diagnosi di ipomobilità o immobilità cordale dopo intervento chirurgico, valutati tra gennaio 2017 e dicembre 2024 presso due centri israeliani. Sono stati esclusi i casi con lesione preesistente o con cause non chirurgiche, come infiltrazione o compressione neoplastica.
La coorte comprendeva 107 pazienti, suddivisi in tre gruppi in base alla procedura a cui sono stati sottoposti: chirurgia tiroidea, endoarteriectomia carotidea e altri interventi potenzialmente lesivi per il vago o per il ricorrente. Nella popolazione complessiva, l’immobilità cordale era presente nell’87% dei casi, mentre l’ipomobilità riguardava il 13% dei pazienti. La sintomatologia era dominata dalla raucedine, riportata nell’89% dei pazienti, e la maggior parte delle lesioni era unilaterale.
L’outcome principale era il recupero della motilità cordale. Gli autori hanno distinto un recupero iniziale, inteso come miglioramento parziale del movimento, da un recupero completo, definito come ripristino pieno della motilità.
Dopo tiroidectomia il recupero è più frequente e più rapido
La tecnica chirurgica si è confermata il principale fattore associato alla prognosi: dopo chirurgia tiroidea, il recupero iniziale è stato osservato nel 63,8% dei casi, rispetto al 29,4% dopo endoarteriectomia carotidea e al 38,1% dopo altri interventi. Anche il recupero completo è risultato più frequente nel gruppo sottoposto a chirurgia tiroidea: 39,1% contro 11,8% dopo endoarteriectomia carotidea e 23,8% negli altri interventi.
La differenza ha riguardato anche i tempi: dopo tiroidectomia, il tempo mediano al recupero iniziale era di 89 giorni e quello al recupero completo di 124 giorni. Dopo endoarteriectomia carotidea, invece, il recupero iniziale richiedeva un tempo mediano di 225 giorni e quello completo di 363 giorni. Secondo l’analisi multivariata, la probabilità di recupero, iniziale e completo, risultava quindi significativamente favorevole dopo chirurgia tiroidea, in particolare rispetto alla chirurgia carotidea.
Identificazione del nervo ricorrente e implicazioni cliniche
Un dato di particolare interesse per la pratica chirurgica riguarda l’identificazione intraoperatoria del nervo laringeo ricorrente, che nel sottogruppo di pazienti sottoposti a chirurgia tiroidea è risultata associata al recupero iniziale della motilità cordale. Non è emersa invece un’associazione significativa con il recupero completo.
Gli interventi effettuati nel decorso postoperatorio, inclusi trattamento logopedico, valutazioni della deglutizione, procedure di medializzazione, iniezioni, tracheostomia o altri approcci chirurgici, non sono risultati associati in modo significativo né al recupero iniziale né a quello completo. Questo non ne riduce il valore sintomatico o funzionale, ma indica che, in questa coorte, non sembrano modificare la probabilità di recupero spontaneo della motilità.
Gli autori ipotizzano che le differenze osservate possano dipendere da più fattori: nella chirurgia tiroidea l’identificazione attiva del nervo ricorrente, spesso associata al neuromonitoraggio intraoperatorio, può contribuire a limitare la gravità del danno. Al contrario, nelle procedure carotidee o cervicali anteriori, la lesione può interessare segmenti più prossimali del vago, con possibile coinvolgimento anche del nervo laringeo superiore e tempi di recupero più lunghi.
Uno studio esplorativo, ma utile per il follow-up ORL
Nonostante alcuni limiti, come la numerosità ridotta in alcuni sottogruppi e l’assenza di un follow-up standardizzato, i risultati suggeriscono che il tipo di chirurgia responsabile della lesione debba essere considerato nella valutazione prognostica della paralisi o ipomobilità cordale iatrogena.
Per l’otorinolaringoiatra, il dato è rilevante soprattutto nella comunicazione con il paziente, nella pianificazione del follow up e nella scelta del timing degli interventi riabilitativi o chirurgici. La lesione post-tiroidectomia, pur clinicamente significativa, sembra avere una probabilità di recupero migliore rispetto ad altri contesti chirurgici, mentre le lesioni dopo endoarteriectomia carotidea richiedono particolare attenzione per i tempi di recupero potenzialmente più lunghi.