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Occhiali Nuance Audio: la nuova frontiera della tecnologia uditiva
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Occhiali Nuance Audio: la nuova frontiera della tecnologia uditiva

Una piattaforma uditiva ‘open ear’ per intercettare precocemente l’ipoacusia lieve e ridurre il gap di presa in carico.

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Sono stati ufficialmente presentati al congresso Nazionale della Società di Audiologia e Foniatria 2025, che si è tenuto a Bari a metà novembre, gli occhiali Nuance Audio.

Il simposio è stato pensato come un momento di confronto su un tema che tocca simultaneamente sanità pubblica, innovazione tecnologica e pratica clinica quotidiana: come intercettare e prendere in carico in modo più efficace le persone con ipoacusia lieve o lieve–moderata, che oggi rappresentano una quota enorme dei pazienti e che, nel contempo, sono anche quelli che non ricorrono a una soluzione protesica tradizionale. 

Gli occhiali Nuance sono stati presentati proprio come una possibile risposta a questo “vuoto” assistenziale, con l’obiettivo dichiarato di colmare il gap tra il bisogno reale di aiuto uditivo e l’effettivo utilizzo di protesi acustiche.

L’epidemia silenziosa

Nella relazione introduttiva, Giorgio Lilli, audiologo in forza al Policlinico di Milano, ha richiamato il quadro epidemiologico: «La perdita uditiva non è un problema marginale confinato all’età avanzata, ma una vera epidemia silenziosa di deprivazione sensoriale». 

I dati mostrano come le curve di prevalenza crescano con l’età, ma anche come la quota di soggetti con forme lievi sia costante e molto presente lungo tutto l’arco della vita adulta. Proprio queste forme più sfumate sono spesso vissute come un fastidio gestibile, non come una condizione che merita un intervento strutturato. 

Eppure, ha ricordato il relatore, la letteratura ha ormai chiarito che l’ipoacusia – anche lieve – si associa a peggioramento della qualità di vita, isolamento sociale, declino cognitivo e perfino a un aumento della mortalità. È uno dei principali fattori di rischio modificabili per il decadimento cognitivo, al pari di altri grandi determinanti come ipertensione, diabete o fumo. Uno studio realizzato ad Hannover dimostra inoltre come la soglia uditiva possa iniziare a peggiorare già in età intermedia. Nonostante ciò, il tasso di protesizzazione rimane sorprendentemente basso, frenato da barriere economiche e scarso orientamento alla prevenzione.

I tassi di utilizzo delle protesi acustiche restano sorprendentemente bassi: soltanto una minoranza (intorno al 10–15% secondo i dati richiamati) di chi avrebbe indicazione a una protesizzazione finisce davvero per indossare l’apparecchio. Entrano in gioco non soltanto il fattore economico e la complessità del percorso riabilitativo, ma soprattutto stigma e accettazione: l’idea di “mettere un apparecchio”, qualcosa di visibile e percepito come segnale di fragilità o invecchiamento, resta per molti un ostacolo psicologico potente. Da qui il ragionamento sulla necessità di dispositivi audioprotesici “ponte”, soluzioni capaci di avvicinare le persone al mondo dell’amplificazione e magari guidarle in un secondo momento verso soluzioni convenzionali più strutturate.

Le sette “perle” tecnologiche

Ed è proprio in questo scenario che si inserisce la presentazione degli occhiali Nuance Audio, dispositivo sviluppato da EssilorLuxottica e distribuito in Italia tramite i centri audioprotesici e i centri ottici. 

Andrea Pastro, Nuance Audio Portfolio and Channels Strategy Global Director ed ingegnere incaricato della presentazione, ha innanzitutto chiarito che si tratta di occhiali a tutti gli effetti, con design sovrapponibile a una normale montatura da vista, ai quali è stata integrata una piattaforma di amplificazione acustica “open ear”. 

L’architettura è a orecchio libero: non ci sono chioccioline nel condotto uditivo, ma sei microfoni collocati nella parte frontale e lungo le aste della montatura, oltre a due altoparlanti posizionati nella parte inferiore delle aste all’altezza dei padiglioni auricolari, che convogliano il suono verso l’orecchio lasciando il canale completamente libero.

Il cuore tecnologico del sistema sono le “sette perle”, a partire da un array di microfoni che, grazie a opportuni ritardi e algoritmi di beamforming, consente di creare un “microfono virtuale” ad elevata direttività. La distanza fra i microfoni in una montatura di occhiali è molto maggiore di quella che si può ottenere all’interno di una protesi retroauricolare o endoauricolare, e questo permette di stringere in modo più selettivo il “fiore” di direttività, concentrando l’attenzione acustica nella direzione dello sguardo del paziente. Il relatore ha mostrato i diagrammi polari di direttività, sottolineando come l’aumento della distanza tra i microfoni consenta, dal punto di vista puramente fisico, un salto di qualità difficilmente raggiungibile dai dispositivi convenzionali.

In pratica, il dispositivo è in grado di amplificare ciò che il soggetto guarda e ascolta frontalmente, riducendo il rumore laterale e di fondo

Un secondo elemento chiave è la filosofia “open ear”. Il canale uditivo non viene occluso, l’acustica naturale dell’orecchio esterno viene preservata. I microfoni, infatti, convogliano il suono verso processori che lo elaborano, lo puliscono e lo trasmettono ai due altoparlanti posizionati lungo le aste. Questo rende gli occhiali particolarmente adatti a ipoacusie lievi–moderate e promette un tempo di adattamento molto breve ed un comfort di utilizzo superiore, soprattutto per chi non ha mai portato un apparecchio acustico. 

La controparte tecnologica è la necessità di una gestione del feedback molto sofisticata: il sistema integra algoritmi adattivi di soppressione del fischio, progettati per ridurre al minimo il rischio di Larsen nonostante l’open fitting e la presenza degli altoparlanti all’esterno.

Dal punto di vista della personalizzazione, il dispositivo lavora con quattro curve di amplificazione preimpostate, pensate per coprire i profili audiometrici più frequenti nelle ipoacusie neurosensoriali, tutte compatibili con criteri di fitting riconosciuti (come NAL-NL2): due curve (A, D) seguono un profilo pantonale, mentre altre due (C, D) sono profili gentle slop. L’utente sceglie il profilo più adatto e può regolare il volume, ma l’elemento distintivo è la cosiddetta self calibration: una procedura guidata, della durata di meno di 40 secondi, in cui l’occhiale “impara” la morfologia cranio-facciale di chi lo indossa. Prima in silenzio, emettendo un rumore bianco e registrando il riverbero sulla testa del soggetto, poi chiedendo alla persona di parlare per alcuni secondi, il sistema calibra la propria risposta in frequenza e, soprattutto, ottimizza la gestione della voce propria, riducendo l’autofonia e gli effetti indesiderati legati all’amplificazione della propria emissione vocale. Tutto avviene attraverso un’app dedicata, che gestisce anche gli aggiornamenti software: come per i dispositivi di elettronica di consumo, nuove funzioni e miglioramenti di algoritmo possono essere scaricati e installati nel tempo, prolungando il ciclo di vita del prodotto.
Infine il dispositivo applica una compressione dinamica multi-banda che ottimizza i livelli sonori, garantendo un’efficacia clinica illustrata dalla relazione della rappresentante internazionale di Nuance Audio, Tami Harel, che ha riportato i primi dati clinici raccolti in studi condotti in Canada e Australia. Il modello proposto dall’azienda è dichiaratamente user-centered: si parte dall’analisi dei bisogni reali delle persone con ipoacusia lieve–moderata, per poi verificare se il dispositivo riesce non solo a migliorare parametri acustici in laboratorio, ma soprattutto a rispondere a quelle priorità nel mondo reale e a convincere le persone a usarlo spontaneamente.

Cosa dicono gli studi

Nei due studi presentati sono stati arruolati soggetti con ipoacusia neurosensoriale lieve–moderata, ai quali è stato somministrato un COSI modificato (Client Oriented Scale of Improvement) per identificare gli obiettivi individuali di ascolto. Nei grafici mostrati, è emerso con grande chiarezza come la priorità dominante fosse la comunicazione in ambienti sociali rumorosi: ristoranti, riunioni, incontri in gruppo. È proprio su questo scenario che gli occhiali Nuance sono stati messi alla prova. In laboratorio è stato utilizzato l’SNR-50 per valutare il rapporto segnale/rumore necessario a ottenere il 50% di riconoscimento delle frasi. In condizione non amplificata i soggetti richiedevano SNR più favorevoli, mentre con gli occhiali la soglia si spostava in modo statisticamente e clinicamente significativo verso rapporti più sfavorevoli, a testimonianza di una maggiore capacità di capire il parlato nel rumore. Nel secondo studio è stato impiegato il Connected Speech Test in condizioni di rumore più realistiche: la percentuale di parole comprese passava da circa il 60% senza dispositivo a oltre l’80% con gli occhiali, con un incremento nell’ordine dei 20 punti percentuali; in condizioni più estreme (SNR di –3 dB) il tasso di riconoscimento saliva da poco più di un terzo delle parole a quasi due terzi con l’amplificazione, sfiorando un miglioramento di 30 punti percentuali.

La sola comprensione del parlato, però, non esaurisce l’esperienza uditiva. Per questo i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di valutare anche lo sforzo di ascolto percepito su una scala da 1 (nessuno sforzo) a 7 (sforzo estremo). In entrambe le condizioni di test il punteggio medio con gli occhiali si riduceva in modo netto, con una diminuzione stimata intorno al 20–30% dello sforzo rispetto all’ascolto nudo. I partecipanti riferivano quindi non solo di sentire meglio, ma anche di fare meno fatica a seguire la conversazione. Infine, per valutare la reale accettazione del dispositivo, è stato condotto un percorso in ambienti quotidiani (ufficio, corridoi, caffetteria, food court), durante il quale, al termine di ciascun contesto, veniva chiesto ai soggetti se preferissero ascoltare con o senza occhiali. Il risultato è stato una preferenza quasi universale per l’uso degli occhiali nelle situazioni più rumorose, con una curva di preferenza che cresceva parallelamente alla difficoltà acustica dell’ambiente.

La relatrice ha concluso ribadendo la coerenza del “cerchio”: si parte da un bisogno concreto (capire meglio in ambienti sociali rumorosi), si dimostra in laboratorio che il dispositivo migliora la comprensione del parlato e riduce lo sforzo di ascolto, si verifica che le persone percepiscono un beneficio nella vita di tutti i giorni, e, soprattutto, si osserva che scelgono spontaneamente di indossare gli occhiali quando ne hanno bisogno. In quest’ottica, ha sottolineato, gli occhiali Nuance non sono un’alternativa al lavoro dell’audioprotesista, ma uno strumento in più nel “toolbox” del professionista, un possibile primo gradino di un percorso di riabilitazione uditiva che include anche counseling, strategie comunicative e, quando necessario, apparecchiature tradizionali.

La parte finale del simposio è stata dedicata alla presentazione dei primi dati italiani raccolti presso l’Università di Torino. Il dottor Andrea Albera ha impostato uno studio pilota su 32 soggetti con ipoacusia neurosensoriale bilaterale lieve–moderata, simmetrica, che non avevano mai utilizzato protesi acustiche. Dopo una breve fase di familiarizzazione con gli occhiali (10–15 minuti di conversazione libera in ambulatorio), a ciascun partecipante è stato chiesto di scegliere, in autonomia, la combinazione preferita di curva di amplificazione tra le quattro disponibili; il volume è stato fissato al 75% per tutti, la modalità di direttività impostata su un fuoco frontale. Nessuna indicazione è stata fornita su quale profilo fosse “più adatto” in base all’audiogramma: l’obiettivo era verificare in che misura la scelta soggettiva del paziente coincidesse con le sue esigenze audiometriche.

I risultati sono stati doppiamente interessanti. Da un lato, quasi tutti i soggetti hanno selezionato un livello di amplificazione piuttosto generoso, a testimonianza di una immediata percezione del beneficio anche in un contesto di colloquio uno-a-uno non particolarmente sfidante. Dall’altro, nei pazienti con tipico decadimento sulle alte frequenze, oltre il 90% ha scelto spontaneamente la curva pensata per accentuare proprio quella regione spettrale, senza sapere come ogni profilo modulasse il guadagno in frequenza. In altre parole, la “self-fitting experience” si è rivelata sorprendentemente allineata ai bisogni oggettivi rilevati con l’audiometria.

Dal punto di vista funzionale, l’audiometria tonale in campo libero ha mostrato un miglioramento medio delle soglie di circa 8–9 dB intorno ai 3 kHz e di circa 4–5 dB intorno ai 4 kHz. L’audiometria vocale ha evidenziato una riduzione della soglia di riconoscimento al 50% di alcune decine di dB e un incremento della percentuale di parole corrette di circa 7 punti, risultati sostanzialmente indipendenti dal profilo di amplificazione selezionato. A questi dati oggettivi si è aggiunta la percezione soggettiva: oltre il 90% dei partecipanti ha riferito di notare chiaramente un miglioramento dell’ascolto già durante i primi minuti di utilizzo, nonostante non sia stato somministrato uno specifico questionario di outcome a lungo termine.

Nelle conclusioni, il dottor Albera ha collocato i risultati in un contesto più ampio. Le prestazioni in termini di guadagno tonale e vocale sono comparabili a quelle di altri dispositivi OTC descritti in letteratura, ma con alcuni plus distintivi: estetica accettabile, comfort elevato legato all’architettura open ear, e grande semplicità d’uso grazie alla calibrazione guidata e all’interfaccia via app, sfruttabili anche da persone anziane ormai abituate allo smartphone. Gli occhiali Nuance, ha sottolineato, non sostituiscono le protesi acustiche convenzionali, soprattutto nei quadri più severi, ma possono rappresentare una soluzione stabile per ipoacusie lievi–moderate e, soprattutto, un dispositivo di transizione per quei pazienti che oggi rifiutano la protesizzazione (“tanto adesso non ne ho bisogno”) e che potrebbero invece abituarsi a “tornare a sentire” con uno strumento percepito come più naturale, rinviando a un momento successivo – ma con maggior consapevolezza – il passaggio a un apparecchio tradizionale qualora la perdita dovesse progredire.

Cosa è emerso dal dibattito

La discussione con la platea ha toccato diversi punti pratici. Alcuni colleghi hanno chiesto se l’azienda preveda, in futuro, versioni “aperte” del dispositivo, programmabili dall’audioprotesista invece che basate solo sui preset. La risposta di Andrea Pastro è stata prudente ma chiara: questa è una prima generazione, che introdotto sul mercato una soluzione semplice e robusta; tuttavia la possibilità di evolvere verso opzioni più personalizzabili è già oggetto di riflessione. Sul piano più strettamente tecnico sono stati affrontati i temi della relazione fra compressione e direttività, delle strategie di riduzione del rumore del vento e delle modalità di ascolto “front focus” rispetto alla modalità “all-around”, particolarmente utile per chi guida o si muove in ambienti dove arrivano stimoli sonori da tutte le direzioni.

Un nodo centrale, inevitabile, è stato il ruolo dell’audiologo e dell’audioprotesista di fronte a un dispositivo che, per natura, si colloca a cavallo fra il mondo medico e quello consumer. La relatrice internazionale ha sottolineato come non si tratti di scegliere fra “protesi” e “occhiali”, ma di costruire percorsi differenziati: per alcune persone gli occhiali Nuance possono essere il primo, fondamentale contatto con l’idea di riabilitazione uditiva, un modo per sperimentare in concreto cosa significa tornare a sentire meglio; per altre, possono rappresentare una soluzione aggiuntiva in situazioni specifiche (ambiente rumoroso, vita sociale attiva) accanto a protesi già in uso. In tutti i casi, il coinvolgimento del professionista resta cruciale per selezionare i pazienti giusti, verificare oggettivamente il beneficio e accompagnare il cambiamento di abitudini uditive.

Il simposio si è chiuso con un invito molto pragmatico: provare gli occhiali direttamente nello spazio espositivo del congresso. L’idea, condivisa da tutti i relatori, è che queste tecnologie vadano conosciute non solo sulla carta, ma anche nel loro impatto immediato sulla percezione degli utenti. Se il futuro della riabilitazione uditiva passerà sempre più da un’integrazione fra dispositivi medicali, elettronica di consumo, app e servizi digitali, esperienze come quella degli occhiali Nuance sembrano indicare una direzione possibile: ridurre barriere e stigma, avvicinare una “fetta grossa” di popolazione alle soluzioni di supporto uditivo e costruire, passo dopo passo, percorsi più precoci e personalizzati di presa in carico.

Gli occhiali Nuance Audio sono un cambio di paradigma nell’approccio alla perdita uditiva lieve. Una risposta concreta a un bisogno reale, troppo spesso ignorato.

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