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Misofonia: se il “come mastica” conta quasi quanto il “chi mastica” 

Misofonia: se il “come mastica” conta quasi quanto il “chi mastica” 

Il contesto sociale e il giudizio su chi produce il suono possono amplificare o attenuare l’avversione, e allo stesso tempo i suoni-trigger possono modificare i giudizi sociali verso le persone.

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Per chi soffre di misofonia, la tolleranza ai suoni-trigger non dipende solo dalle caratteristiche acustichedi questi ultimi: il contesto sociale e il giudizio su chi produce il suono possono amplificare o attenuare l’avversione, e allo stesso tempo i suoni-trigger possono modificare i giudizi sociali verso le persone. È la conclusione principale dello studio guidato da Maya Humolli (University of Sussex, School of Psychology, Regno Unito), pubblicato su Hearing Research.

Una sensibilità ai suoni con ricadute relazionali

La misofonia viene descritta come un disturbo della sensibilità sonora caratterizzato da reazioni negative intense a suoni specifici della vita quotidiana. Tra i trigger più tipici compaiono i suoni orali-nasali umani, come masticazione, deglutizione, “sniffing”, colpi di tosse, ma anche suoni ripetitivi come il tamburellare o il battere del piede. Le reazioni riportate includono rabbia, ansia, disgusto, insieme a correlati fisiologici come aumento della frequenza cardiaca e tensione muscolare. Sul piano clinico e assistenziale, ciò che interessa anche al medico ORL non è soltanto la fenomenologia sensoriale, ma il fatto che la misofonia abbia conseguenze sociali concrete: può compromettere relazioni, convivenze e contesti lavorativi, alimentando evitamento e isolamento.

Negli ultimi anni si è fatta strada un’idea chiave: la misofonia non è spiegabile soltanto come “bottom-up”, cioè come risposta automatica alle proprietà del suono, ma coinvolge componenti “top-down”, legate a come quel segnale viene interpretato e categorizzato. In altre parole, lo stesso identico suono può risultare più o meno intollerabile a seconda del significato che assume nella scena e nella relazione. Su questa scia, Humolli e colleghe si sono poste una domanda molto concreta: il giudizio che abbiamo su una persona può cambiare quando ci dà fastidio il suo modo di mangiare? E, in senso opposto, il fatto di sentire qualcuno masticare può cambiare il nostro giudizio su di lui, anche se prima ne avevamo un’opinione positiva?

Due esperimenti per valutare il rapporto bidirezionale tra suono e cognizione sociale

Il lavoro è costruito come un percorso in due tappe, con l’obiettivo di separare ciò che accade in assenza di suono da ciò che emerge quando entra in gioco il trigger. Nel primo esperimento, i partecipanti hanno letto descrizioni scritte di dodici personaggi presentati in tre cornici sociali diverse: positiva, neutra o negativa. La manipolazione era pensata per orientare la simpatia verso il personaggio prima di qualunque esposizione sonora. In questo passaggio, misofonici e controlli hanno espresso giudizi di piacevolezza sostanzialmente sovrapponibili: la cornice narrativa funzionava (i personaggi “positivi” piacevano di più di quelli “neutri”, che a loro volta piacevano più di quelli “negativi”), ma non emergeva alcuna differenza di base tra chi soffre di misofonia e chi no quando il suono-trigger non era presente. È un punto importante, perché ridimensiona l’idea, talvolta implicita, che la misofonia comporti di per sé un modo più negativo di valutare gli altri in generale.

Nel secondo esperimento, lo stesso impianto viene arricchito dall’elemento cruciale: dopo la descrizione testuale, ogni personaggio compare in un breve video (circa 22 secondi) in cui mangia in modo udibile. A quel punto i partecipanti forniscono due valutazioni: una sulla piacevolezza della persona e una sulla piacevolezza dell’esperienza di guardare/ascoltare quel video. Con questo passaggio, lo studio entra nel vivo della clinica, perché riproduce ciò che molti pazienti descrivono: non è solo “il suono”, è “quel suono fatto da quella persona, in quella relazione”.

Cosa succede quando una persona ritenuta positiva mastica: il ceiling effect nei misofonici

Il risultato più “notiziabile” è anche quello più rilevante sul piano relazionale: quando i personaggi erano stati descritti in modo positivo, dopo averli visti mangiare i partecipanti con misofonia li hanno giudicati significativamente meno piacevoli rispetto ai controlli. Invece, per i personaggi descritti come neutri o negativi, le differenze tra gruppi erano minime o assenti. Le autrici interpretano questo pattern come una sorta di “ceiling effect”: per chi ha misofonia, l’esposizione al trigger pone un limite a quanto alta può restare la valutazione di qualcuno, anche se in teoria è una persona stimabile. In pratica, il suono-trigger non rende le persone negative ancora peggiori, ma tende a svalutare i soggetti positivi, perché crea una frizione tra l’immagine costruita a livello cognitivo e la reazione emotiva negativa scatenata dal suono.

Questo passaggio è clinicamente delicato: molti pazienti riportano colpa, vergogna o conflitto interno perché si accorgono di provare irritazione verso persone amate o rispettate. Lo studio offre una cornice sperimentale che rende quel conflitto comprensibile: quando informazioni positive e una risposta emotiva negativa coesistono, il cervello può risolvere l’incongruenza abbassando il giudizio complessivo sulla persona, almeno nel momento immediatamente successivo all’esposizione al trigger.

Il contesto sociale modula l’avversione ai trigger, ma nei misofonici serve un “salto” più grande

Sul versante opposto, cioè su quanto risultino fastidiosi i video di masticazione, emerge un messaggio altrettanto pratico: il contesto sociale influenza la piacevolezza del video per tutti, ma lo fa in modo diverso nei due gruppi. I controlli mostrano un gradiente ordinato: se il personaggio è stato presentato come positivo, il video viene vissuto come meno spiacevole; se è neutro, sta nel mezzo; se è negativo, peggiora. Nei misofonici, invece, la modulazione è più “piatta”: le differenze diventano significative soprattutto tra gli estremi (personaggio molto positivo vs molto negativo), mentre piccoli miglioramenti del contesto, per esempio da negativo a neutro, non bastano sempre a ridurre in modo percepibile l’avversione. Parallelamente, come ci si aspetta, i misofonici valutano i video complessivamente come meno piacevoli rispetto ai controlli in tutte le condizioni, coerentemente con l’ipersensibilità al trigger di masticazione.

Detto in modo utile per l’ambulatorio: il “chi” e il “come viene percepito” contano, ma nei casi di misofonia non è detto che basti una lieve rivalutazione positiva del contesto per rendere tollerabile il trigger. Potrebbe essere necessario un cambiamento più marcato del significato attribuito al suono o della situazione in cui avviene.

Perché questi dati interessano l’ORL: counselling, diagnosi differenziale e percorso di cura

Per lo specialista ORL che incontra pazienti con lamentele di intolleranza ai suoni, questo studio rafforza due idee operative. La prima è che la misofonia non si esaurisce nella dimensione uditiva: il sintomo ha una forte componente socio-cognitiva, con ricadute su famiglia e lavoro, e merita di essere esplorato con domande sul contesto, sulle relazioni e sulle attribuzioni di intenzionalità o scortesia che spesso accompagnano i trigger. La seconda è che non c’è evidenza, almeno in questo paradigma, di un pregiudizio sociale di base nei misofonici quando i suoni non sono presenti: ciò può aiutare a ridurre lo stigma e a orientare la comunicazione clinica, spiegando che la “deriva relazionale” nasce dall’esposizione al trigger e dal conflitto emotivo che ne consegue, non da un tratto di personalità “ostile”.

Le autrici sottolineano anche limiti importanti, che valgono come promemoria clinico: lo studio è online e non standardizza il volume di ascolto, scelta fatta a tutela dei partecipanti; inoltre le valutazioni sono raccolte in un singolo momento, quindi non si può dire con certezza quanto durino nel tempo le svalutazioni sociali dopo l’esposizione. Ma proprio queste domande aprono la porta a prospettive applicative: capire se i giudizi negativi “persistono”, se si accumulano con esposizioni ripetute e se interventi centrati su ristrutturazione cognitiva del contesto o su strategie di gestione dell’attenzione e della risposta emotiva possano proteggere le relazioni, oltre che ridurre il distress.

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