Il senso dell’udito ci accompagna costantemente nella vita quotidiana. Dalla voce delle persone care ai suoni dell’ambiente che ci circonda, ci aiuta a comunicare, orientarci e rimanere connessi con il mondo. Tuttavia, quando qualcosa si rompe nel delicato sistema che trasforma le onde sonore in segnali nervosi, l’equilibrio si spezza.
È proprio quello che accade in caso di ipoacusia neurosensoriale, una forma di perdita dell’udito che nasce da un’alterazione nella struttura o nel funzionamento della coclea o del nervo acustico, ovvero le componenti che trasmettono i suoni dall’orecchio interno fino al cervello.
L’ipoacusia può manifestarsi in forme molto diverse: può essere lieve o severa, colpire un solo orecchio oppure entrambi, presentarsi fin dalla nascita o insorgere nel corso della vita. Tra tutte le tipologie di sordità, quella neurosensoriale è la più diffusa e anche la più complessa da trattare, poiché coinvolge meccanismi profondi e non facilmente reversibili.
Capire che cosa la provoca, riconoscerla precocemente e sapere come affrontarla può fare un’enorme differenza, soprattutto nei bambini in fase di sviluppo e negli anziani, che rischiano di isolarsi e di veder compromessa la propria qualità di vita.
Una perdita uditiva che nasce in profondità
Il nostro apparato uditivo è composto da diverse parti: l’orecchio esterno, il medio e l’interno. Le onde sonore, una volta captate dal padiglione auricolare, vengono trasmesse lungo il condotto uditivo fino alla membrana del timpano. Da qui, tramite una catena di ossicini, il suono raggiunge la coclea, una struttura a spirale piena di liquido situata nell’orecchio interno, dove avviene la conversione del segnale meccanico in impulso nervoso. È proprio questo passaggio, detto trasduzione, a essere compromesso nell’ipoacusia neurosensoriale.
Quando le cellule ciliate presenti nella coclea si danneggiano o quando il nervo acustico (VIII nervo cranico) non riesce più a trasmettere correttamente i segnali, la percezione dei suoni si altera o si annulla. Il risultato è una sordità che non dipende da un ostacolo fisico (come un tappo di cerume o un’otite), ma da un malfunzionamento dei meccanismi interni dell’udito.
Ipoacusia neurosensoriale: quando compare e perché
Questa forma di sordità può essere congenita, cioè presente fin dalla nascita, oppure acquisita, comparendo più avanti negli anni. La sordità congenita può dipendere da alterazioni genetiche oppure da eventi che colpiscono il feto durante la gravidanza, come infezioni virali (rosolia, citomegalovirus, toxoplasmosi), esposizione a farmaci tossici per l’udito o complicazioni al momento del parto (come l’ipossia neonatale o l’ittero grave).
Nei bambini, l’individuazione precoce di un calo dell’udito è di fondamentale importanza. Se non trattata, l’ipoacusia può compromettere lo sviluppo del linguaggio, delle capacità cognitive e delle abilità sociali. I piccoli che non sentono bene faticano a interagire, a seguire le lezioni, a sviluppare una buona comunicazione verbale. Per questo motivo, in molti Paesi è stato introdotto lo screening uditivo neonatale, in grado di rilevare i casi sospetti già nelle prime settimane di vita.
Le forme acquisite, invece, si manifestano più frequentemente con l’avanzare dell’età o in seguito all’esposizione a determinati fattori di rischio, tra cui:
- esposizione a rumori forti e prolungati;
- traumi alla testa o all’orecchio;
- assunzione di farmaci ototossici;
- malattie autoimmuni o sistemiche;
- neoplasie del nervo acustico (come lo schwannoma vestibolare).
L’invecchiamento uditivo: la presbiacusia
Una delle forme più comuni di ipoacusia neurosensoriale è la presbiacusia, ossia la progressiva perdita dell’udito legata all’invecchiamento. È un fenomeno del tutto naturale, che colpisce in varia misura quasi tutti gli individui oltre i 70 anni. Inizia con la difficoltà a percepire i suoni acuti, come le consonanti sibilanti, e peggiora lentamente nel tempo.
Le cellule ciliate della coclea si deteriorano gradualmente, partendo da quelle situate alla base dell’organo di Corti (responsabili della percezione delle frequenze più alte). Poiché queste cellule non sono in grado di rigenerarsi, la perdita uditiva risulta permanente.
Chi è affetto da presbiacusia spesso si accorge di sentire “bene ma non capire”, soprattutto in ambienti rumorosi o quando più persone parlano contemporaneamente. I familiari possono notare che il volume del televisore è eccessivamente alto o che la persona chiede spesso di ripetere. Sebbene si tratti di una condizione diffusa, la presbiacusia non va sottovalutata: è associata a un maggiore rischio di isolamento sociale, depressione e deterioramento cognitivo.
I danni da rumore: una minaccia silenziosa
L’esposizione continua a suoni ad alto volume, soprattutto in ambito professionale o ricreativo, rappresenta una delle principali cause prevenibili di ipoacusia. Operai, musicisti, tecnici del suono, militari e lavoratori dell’edilizia sono tra i soggetti più esposti. Anche l’ascolto prolungato di musica ad alto volume con auricolari può comportare un rischio significativo.
Il danno da rumore si sviluppa lentamente, ed è spesso sottovalutato. La perdita uditiva inizia con l’alterazione della percezione delle frequenze più alte, per poi estendersi a quelle medie. I danni sono cumulativi e, una volta instaurati, sono difficilmente reversibili. Una protezione efficace dell’udito e una corretta educazione all’uso dei dispositivi di sicurezza sono fondamentali per limitare questo tipo di danno.
Altre cause: traumi, farmaci e patologie sistemiche
L’ipoacusia neurosensoriale può anche essere il risultato di un trauma cranico o auricolare, come avviene in seguito a incidenti, cadute, esplosioni o interventi chirurgici a livello della testa o dell’orecchio interno. In questi casi, il danno può riguardare sia le strutture della coclea che il nervo acustico, oppure estendersi alle aree corticali deputate all’interpretazione dei suoni.
Alcuni farmaci, detti ototossici, possono danneggiare in modo diretto le cellule uditive. Tra questi, troviamo alcuni antibiotici (aminoglicosidi), farmaci antitumorali, diuretici dell’ansa e alte dosi di salicilati. Mentre in certi casi il danno può essere reversibile alla sospensione del farmaco, in altri diventa permanente.
Non vanno infine dimenticate le patologie autoimmuni e sistemiche, come il lupus, la granulomatosi di Wegener, l’artrite reumatoide e il diabete mellito, che possono compromettere la microcircolazione della coclea e determinare un progressivo calo uditivo. In alcune situazioni rare, l’ipoacusia neurosensoriale può essere anche il primo segnale di una patologia più ampia, richiedendo così un’indagine clinica approfondita.
Il tumore che colpisce l’udito: lo schwannoma vestibolare
Tra le forme più particolari di ipoacusia neurosensoriale figura il cosiddetto schwannoma vestibolare, noto anche come neurinoma dell’acustico. Si tratta di un tumore benigno che origina dalle cellule di Schwann del nervo vestibolare, ma che, crescendo, finisce per comprimere anche il nervo uditivo, danneggiandone progressivamente la funzione.
In genere si manifesta con una perdita uditiva lenta e unilaterale, spesso accompagnata da acufeni (fischi, ronzii), vertigini e una fastidiosa sensazione di orecchio pieno. In presenza di questi segnali, è fondamentale rivolgersi a uno specialista per effettuare una risonanza magnetica e identificare la lesione, al fine di pianificare un eventuale intervento chirurgico o trattamento con radioterapia stereotassica.
La diagnosi di ipoacusia neurosensoriale
Il primo passo per diagnosticare correttamente un deficit uditivo consiste in una visita otorinolaringoiatrica approfondita, durante la quale il medico raccoglie informazioni sulla storia clinica, lo stile di vita e le eventuali esposizioni a fattori di rischio. Segue poi un esame obiettivo dell’orecchio, per escludere cause meccaniche o trasmissive.
Successivamente si procede con test specifici.
- Esame audiometrico tonale, che valuta la soglia uditiva del paziente per diverse frequenze, tramite stimoli aerei e ossei.
- Esame vocale, utile per determinare la capacità di comprensione del linguaggio parlato.
- Timpanometria, per analizzare la funzionalità del timpano e della catena degli ossicini.
- Emissioni otoacustiche, che verificano l’integrità delle cellule ciliate esterne della coclea.
- Potenziali evocati uditivi (ABR), indicati soprattutto nei neonati, nei pazienti non collaboranti o per indagare il funzionamento delle vie nervose centrali.
In presenza di segni neurologici associati o di sospetto tumore, viene richiesta una risonanza magnetica o una TAC dell’encefalo, al fine di escludere lesioni intracraniche.
È possibile curarla?
Il trattamento dell’ipoacusia neurosensoriale dipende dalla causa e dalla gravità. Nelle forme acute di origine autoimmune o idiopatica, può essere utile una terapia a base di corticosteroidi, somministrati per via sistemica o intratimpanica. Tuttavia, nei casi cronici, la possibilità di recupero dell’udito è molto limitata.
Attualmente non esistono terapie in grado di rigenerare le cellule ciliate danneggiate, anche se la ricerca scientifica sta esplorando nuove frontiere come l’uso di cellule staminali o di terapie geniche. Nel frattempo, la soluzione più efficace per migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da sordità è rappresentata dai dispositivi acustici compensativi.
Ausili e impianti per tornare a sentire
Le protesi acustiche, disponibili in modelli sempre più discreti e tecnologicamente avanzati, rappresentano il primo presidio per chi presenta una perdita uditiva lieve o moderata. Possono essere adattate in base al tipo di ipoacusia, al profilo uditivo e alle esigenze personali, e vengono gestite da uno specialista audioprotesista.
Per le forme più severe, laddove le protesi non siano sufficienti, si può ricorrere all’impianto cocleare: un dispositivo che stimola elettricamente il nervo acustico bypassando le cellule danneggiate. L’intervento chirurgico per l’impianto è ormai consolidato e offre ottimi risultati anche nei pazienti adulti, purché vi sia una corretta selezione e un adeguato percorso di riabilitazione post-operatoria.
Un problema da affrontare, non da ignorare
L’ipoacusia neurosensoriale è un problema che può avere un impatto profondo sulla vita di chi ne è colpito. Riconoscerla precocemente, rivolgersi allo specialista giusto e adottare le soluzioni disponibili può fare davvero la differenza. Che si tratti di un bambino con sordità congenita, di un adulto con danno da rumore o di un anziano con presbiacusia, il messaggio è uno solo: l’udito non va trascurato.