/
/
Ipoacusia e identità: il peso dello stigma nella decisione di adottare un apparecchio acustico
Con il contributo di

Ipoacusia e identità: il peso dello stigma nella decisione di adottare un apparecchio acustico

Per gli audioprotesisti e gli specialisti dell’udito, affrontare apertamente queste dinamiche può diventare un passaggio chiave per promuovere l’accettazione degli apparecchi.

In questo articolo

La perdita uditiva non è soltanto una condizione clinica, ma è anche un’esperienza sociale e identitaria. Decidere se parlarne apertamente o nasconderla può avere un impatto diretto sull’accettazione e sull’uso degli apparecchi acustici. 

È quanto emerge da uno studio, coordinato da Carly Meyer della University of Queensland e pubblicato sull’International Journal of Audiology, che ha indagato il ruolo dello stigma nella scelta di rendere o meno noto l’utilizzo dei dispositivi.

La ricerca si inserisce nel quadro teorico del Major and O’Brien model of stigma-induced identity threat, secondo il quale percezioni individuali, contesto e caratteristiche personali influenzano le reazioni allo stigma. Per verificare queste dinamiche, gli autori hanno condotto un’indagine trasversale online su 331 adulti over 50 con perdita uditiva autodichiarata, residenti in Australia, Regno Unito e Stati Uniti.

Pregiudizi radicati

I dati raccolti confermano che i pregiudizi restano radicati: la maggior parte dei partecipanti associa sia la perdita uditiva sia l’uso di apparecchi acustici a stereotipi negativi legati all’invecchiamento e alla disabilità. Termini come “vecchiaia”, “fragilità” e “difficoltà di comunicazione” emergono con frequenza, a riprova di come l’ipoacusia venga ancora percepita più come una condizione stigmatizzante che come un disturbo trattabile. 

Eppure, quando si parla di dispositivi moderni, il giudizio cambia: più della metà degli intervistati li descrive come piccoli, discreti e utili, sebbene ritenga che l’opinione del pubblico rimanga generalmente più critica rispetto alla propria.

Uno degli aspetti centrali riguarda la decisione di rivelare o meno la perdita uditiva: circa un quarto del campione dichiara di non parlarne con nessuno. La comunicazione del problema è molto più frequente all’interno delle relazioni intime, come con partner e familiari stretti, ma più rara nei contesti professionali o persino con gli operatori sanitari. Le situazioni in cui la condizione viene ammessa riguardano soprattutto le difficoltà di comprensione in ambienti rumorosi o le interazioni sociali in cui diventa impossibile mascherarla. Interessante notare quanto sia più comune nascondere la perdita uditiva che tentare di occultare gli apparecchi, segno che il problema è più legato all’identità personale che all’oggetto in sé.

Anche i dati sull’uso degli apparecchi meritano attenzione: i fattori che ne favoriscono l’adozione includono un atteggiamento positivo verso i dispositivi, la percezione dei benefici, un’età più avanzata e la consapevolezza di avere una capacità uditiva scarsa. Al contrario, considerare l’apparecchio come simbolo di disabilità o mantenere un atteggiamento di occultamento della perdita uditiva riducono significativamente la probabilità di utilizzo.

L’identikit di chi nasconde l’ipoacusia

Chi tende a nascondere la propria ipoacusia presenta caratteristiche ricorrenti: esperienze pregresse di discriminazione, convinzioni che associano la condizione alla fragilità dell’età avanzata e, non di rado, l’essere ancora attivi professionalmente in ambienti percepiti come giudicanti. Al contrario, una perdita uditiva di lunga durata e una percezione positiva della tecnologia sembrano facilitare un approccio più aperto e meno difensivo.

Le implicazioni cliniche sono chiare: lo stigma resta un ostacolo significativo non solo alla diagnosi precoce, ma anche alla gestione efficace della perdita uditiva. Gli autori sottolineano l’importanza di un counseling mirato; in particolare, al fine di incrementare l’adozione degli apparecchi acustici, è stata osservata l’importanza di chiedere esplicitamente agli adulti con perdita uditiva (HL) a chi rivelano o non rivelano la loro condizione e il motivo di tale scelta. 

Per gli audioprotesisti e gli specialisti dell’udito, affrontare apertamente queste dinamiche può diventare un passaggio chiave per promuovere l’accettazione degli apparecchi, aiutando i pazienti a sviluppare apposite strategie comunicative e a sperimentare che le reazioni altrui verso i dispositivi moderni sono spesso più positive del previsto.

Conclusioni

Lo studio di Meyer e colleghi ci ricorda che l’adozione degli apparecchi acustici non è solo una questione di tecnologia o accessibilità economica, ma un fenomeno che tocca l’identità, le relazioni e il vissuto personale. E che, senza affrontare lo stigma, si rischia di lasciare inevasa una parte fondamentale della cura dell’ipoacusia.

Oppure effettua il login