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Esame audiometrico tonale

Esame audiometrico tonale

Un riferimento fondamentale per definire grado, tipo e configurazione della perdita uditiva, pur non esaurendo da solo tutta la complessità dell’ascolto umano. 

In questo articolo

L’esame audiometrico tonale è uno dei cardini della valutazione dell’udito. Nella pratica clinica viene spesso chiamato in modo semplice, quasi sbrigativo, “test dell’udito”, ma in realtà il suo significato è più preciso: non serve soltanto a dire se una persona sente bene o sente male, bensì a misurare con metodo la soglia uditiva, cioè il livello minimo di intensità sonora che l’orecchio riesce a percepire alle diverse frequenze. È da questa misurazione che nasce l’audiogramma, il grafico che consente allo specialista di capire non solo se esiste un deficit, ma anche quale profilo abbia e dove, con maggiore probabilità, sia localizzato il problema lungo la via uditiva periferica. L’audiometria tonale, infatti, resta il riferimento fondamentale per definire grado, tipo e configurazione della perdita uditiva, pur non esaurendo da sola tutta la complessità dell’ascolto umano. 

È utile chiarire subito un punto che spesso, nei testi divulgativi, viene semplificato troppo: l’audiometria tonale non si limita a distinguere in modo grossolano un problema “dell’orecchio interno o dell’orecchio esterno”. La distinzione clinicamente corretta è più articolata. Quando il disturbo riguarda il passaggio del suono attraverso orecchio esterno e orecchio medio, si parla di ipoacusia trasmissiva o conduttiva. Quando invece il danno interessa coclea, cellule ciliate, nervo cocleare o, più in generale, il comparto neurosensoriale, si parla di ipoacusia neurosensoriale. Esistono poi forme miste, in cui coesistono entrambe le componenti. È proprio grazie al confronto tra via aerea e via ossea che l’audiometria tonale riesce a orientare questa distinzione, che ha implicazioni pratiche molto importanti perché guida gli accertamenti successivi e condiziona la scelta terapeutica. 

A cosa serve l’esame audiometrico tonale

Dal punto di vista clinico, questo esame viene richiesto quando una persona riferisce di sentire meno, di faticare a comprendere nelle conversazioni, di percepire peggio alcune voci, di non capire bene in ambienti rumorosi oppure di avvertire un acufene. Non di rado il paziente non descrive un vero “calo uditivo”, ma racconta piuttosto una sensazione di ovattamento, la necessità di alzare il volume della televisione o la difficoltà a seguire una discussione di gruppo. In altri casi l’audiometria entra in gioco dopo un’esposizione a rumore intenso, dopo un trauma, nel monitoraggio di terapie potenzialmente ototossiche, nel follow up dopo chirurgia otologica o nella regolazione e nel controllo dei risultati protesici. È impiegata anche quando il sintomo principale è l’acufene, perché la prima valutazione di questi pazienti parte di solito da anamnesi, otoscopia ed esame audiometrico. 

Le cause che possono portare a un’alterazione dell’udito sono numerose e molto diverse tra loro. Alcune sono relativamente frequenti e reversibili, come il tappo di cerume o una patologia dell’orecchio medio; altre sono legate a infiammazioni, infezioni, esiti traumatici, esposizione cronica al rumore, farmaci ototossici, otosclerosi o lesioni retrococleari. Con l’età, poi, entra in gioco la presbiacusia, cioè la perdita uditiva legata all’invecchiamento, che in genere evolve lentamente e tende a interessare soprattutto le frequenze acute, quelle fondamentali per cogliere la nitidezza di molte consonanti. In presenza di un peggioramento improvviso o rapidamente progressivo, però, il quadro cambia: la perdita uditiva improvvisa, soprattutto se neurosensoriale, richiede un inquadramento tempestivo e non va mai banalizzata come un semplice “orecchio tappato”. 

Come si svolge l’esame audiometrico tonale

Sul piano pratico, l’audiometria tonale è un esame non invasivo, indolore e generalmente ben tollerato. Si svolge in ambiente controllato, spesso in una cabina silente o adeguatamente insonorizzata, per ridurre al minimo l’interferenza dei rumori esterni. Il paziente indossa cuffie o inserti auricolari e riceve toni puri, cioè suoni a singola frequenza, presentati separatamente a ciascun orecchio. In una valutazione standard si esplorano di norma frequenze comprese tra 250 e 8.000 Hz per la via aerea, mentre la via ossea si concentra in genere tra 250 e 4.000 Hz. L’intensità dei suoni viene modulata secondo procedure standardizzate fino a individuare la soglia minima udibile. In termini tecnici, la soglia corrisponde al livello più basso al quale il soggetto rileva il segnale in una proporzione definita di presentazioni ascendenti. Dietro un gesto apparentemente semplice, come premere un pulsante quando si sente il suono, c’è quindi una metodologia precisa e riproducibile. 

La parte più nota dell’esame è la misurazione per via aerea, che valuta l’intera catena di trasmissione del suono, dal padiglione auricolare fino alla coclea. Quando però si vuole distinguere meglio il tipo di ipoacusia, si aggiunge la misurazione per via ossea, effettuata mediante un vibratore appoggiato sulla mastoide. In questo modo lo stimolo bypassa orecchio esterno e orecchio medio e raggiunge più direttamente l’orecchio interno. Se la soglia per via ossea è buona, ma quella per via aerea è peggiorata, si sospetta una componente trasmissiva. Se entrambe sono alterate in modo simile, il quadro orienta verso una perdita neurosensoriale. Se entrambe risultano compromesse, ma con un divario tra loro, si può parlare di componente mista. In alcune situazioni entra in gioco anche il mascheramento, che prevede l’invio di un rumore controllato all’orecchio non in esame per evitare che sia quello a percepire lo stimolo. È un dettaglio tecnico poco visibile al paziente, ma essenziale per rendere affidabile il risultato. 

L’audiogramma

Il prodotto finale dell’esame è l’audiogramma, un grafico che va letto con attenzione e mai in modo meccanico. Sull’asse orizzontale compaiono le frequenze, dai toni più gravi a quelli più acuti; sull’asse verticale le intensità espresse in dB HL (decibel hearing level). Più il segno che rappresenta la soglia di udibilità si colloca in basso nel grafico, maggiore è l’intensità necessaria perché il paziente percepisca quel suono e, quindi, peggiore è la sensibilità uditiva a quella frequenza. Le due orecchie vengono riportate separatamente, tradizionalmente con simboli differenti, così da rendere immediato il confronto. Non conta soltanto la media dei valori: è importante anche la forma della curva. Un tracciato in discesa sulle alte frequenze, per esempio, è tipico di molte perdite legate all’età o all’esposizione a rumore; un andamento piatto suggerisce altri scenari; una differenza marcata tra i due lati merita particolare attenzione. 

Per descrivere la gravità del deficit si usano classificazioni internazionali basate sulle soglie audiometriche. In termini generali, un udito vicino alla norma si colloca nei valori più bassi di soglia, mentre al crescere dei decibel necessari per percepire il suono aumenta la severità della perdita. Le classificazioni sono utili perché permettono di parlare una lingua comune tra professionisti e di confrontare studi, percorsi assistenziali e livelli di disabilità. Tuttavia, non dovrebbero essere interpretate come etichette rigide. Due persone con soglie simili possono sperimentare difficoltà comunicative molto diverse, soprattutto se cambia il contesto di ascolto: la presenza di rumore, la velocità del parlato, la ridondanza del messaggio o la concomitanza di deficit cognitivi e attentivi. In questo senso il valore dell’audiogramma è indiscutibile, ma la sua lettura deve sempre restare clinica, non burocratica. 

Proprio qui emerge uno degli aspetti più importanti da spiegare bene ai pazienti: l’audiometria tonale misura la sensibilità ai toni puri, non fotografa da sola tutta la qualità dell’ascolto nella vita reale. Una persona può avere un audiogramma non drammatico e, nonostante questo, lamentare grande fatica nel comprendere le parole, soprattutto in ambienti complessi. Al contrario, un altro paziente con un tracciato peggiore può cavarsela meglio di quanto ci si aspetterebbe grazie a strategie cognitive, lettura labiale, contesto favorevole e maggiore ridondanza linguistica. È per questo che, accanto all’audiometria tonale, spesso si affiancano l’audiometria vocale, l’impedenzometria, gli esami delle otoemissioni, i potenziali evocati e, nei casi indicati, gli accertamenti di imaging. L’audiogramma resta fondamentale, ma non racconta tutto. Alcune revisioni recenti insistono proprio su questo punto: il test è indispensabile, ma il rischio è attribuirgli un valore assoluto che non possiede. 

Un altro elemento da non trascurare è il contesto in cui il risultato viene interpretato. L’audiometria tonale non formula da sola una diagnosi eziologica. Può dire che c’è una perdita lieve, moderata o severa; può suggerire se la componente è trasmissiva, neurosensoriale o mista; può far emergere asimmetrie o pattern sospetti; ma la causa deve essere ricostruita mettendo insieme sintomi, anamnesi, esame obiettivo e, se necessario, altri test. Un’ipoacusia trasmissiva può dipendere da condizioni molto diverse tra loro; una neurosensoriale può essere espressione di presbiacusia, danno da rumore, tossicità farmacologica, malattia di Ménière, patologia retrococleare o perdita improvvisa. È per questo che i risultati vanno sempre consegnati alla visita specialistica, non letti in autonomia come un referto autosufficiente. Ancora di più quando la perdita è monolaterale, improvvisa o asimmetrica: in questi casi il dato audiometrico diventa un segnale da contestualizzare rapidamente e correttamente. 

Nei bambini la logica dell’esame è la stessa, ma le modalità devono adattarsi all’età e al livello di collaborazione. Il principio resta quello di stimare la soglia uditiva alle diverse frequenze, però il test può essere integrato o modulato con procedure comportamentali specifiche e con tecniche oggettive quando la risposta volontaria non è affidabile. Anche nell’età evolutiva, del resto, il vero obiettivo non è semplicemente “sapere se il bambino sente”, ma capire quanto sente, a quali frequenze, con quale simmetria tra le orecchie e con quali possibili ricadute sullo sviluppo linguistico e comunicativo. Per questo l’audiometria tonale, pur essendo spesso percepita come un esame semplice, in realtà richiede esperienza tecnica, attenzione metodologica e una lettura clinica raffinata. 

Infine, vale la pena ricordare che l’audiometria tonale non serve solo a diagnosticare una perdita già presente. È anche uno strumento di monitoraggio. Viene impiegata per seguire nel tempo l’evoluzione di una presbiacusia, per verificare gli effetti dell’esposizione professionale o ricreativa al rumore, per controllare pazienti in terapia con farmaci a rischio ototossico, per documentare l’andamento dopo un intervento e per valutare i risultati della riabilitazione protesica o implantologica. In altre parole, non è soltanto una fotografia iniziale, ma può diventare una sequenza di immagini cliniche, utili a capire se il quadro è stabile, progressivo o modificato dal trattamento. Questa continuità nel follow-up è uno dei motivi per cui l’esame conserva, ancora oggi, un ruolo centrale nella pratica otologica e audiologica. 

Nel complesso, quindi, l’esame audiometrico tonale va considerato per ciò che realmente è: uno strumento di base, solidissimo e insostituibile per misurare la sensibilità uditiva, distinguere i principali tipi di ipoacusia e orientare il percorso diagnostico e riabilitativo. La sua forza sta nella standardizzazione, nella riproducibilità e nella capacità di sintetizzare in un grafico informazioni essenziali. Il suo limite, invece, è che ascoltare non coincide semplicemente con rilevare toni puri in silenzio. Per questo l’audiogramma è fondamentale, ma non basta mai da solo a raccontare tutta l’esperienza uditiva di una persona. È proprio nell’integrazione tra dato strumentale, sintomo riferito e giudizio specialistico che l’audiometria tonale esprime il suo massimo valore clinico.

Bibliografia 

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