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ENE minore nel carcinoma del cavo orale: la chemioradioterapia è davvero necessaria?

ENE minore nel carcinoma del cavo orale: la chemioradioterapia è davvero necessaria?

Un nuovo studio canadese ha analizzato la stratificazione dell’ENE in ambito OSCC, proponendo una distinzione clinicamente rilevante tra ENE minore e maggiore.

In questo articolo

Uno studio multicentrico retrospettivo, recentemente pubblicato su JAMA Otolaryngology–Head & Neck Surgery da Mirko Manojlovic-Kolarski e colleghi in forza alla University Health Network di Toronto, in Canada, ha approfondito l’impatto della chemioradioterapia adiuvante nei pazienti con carcinoma a cellule squamose del cavo orale (OSCC) e malattia linfonodale con estensione extranodale (ENE), differenziando tra ENE minore (≤2 mm) e maggiore (>2 mm). 

L’obiettivo era chiarire l’efficacia della chemioterapia in aggiunta alla radioterapia a seconda dell’estensione dell’ENE, una questione che rimane clinicamente controversa, in particolare per i casi con ENE minore.

Il contesto e il razionale dello studio

L’ENE è riconosciuta come un fattore prognostico sfavorevole nei pazienti con OSCC e rappresenta una delle principali indicazioni alla chemioradioterapia adiuvante secondo le linee guida internazionali. Tuttavia, le evidenze disponibili sono discordanti: alcuni studi hanno suggerito che l’ENE minore comporti un rischio simile a quello dell’ENE maggiore, mentre altri lo avvicinano al profilo di rischio di pazienti con linfonodi positivi ma senza estensione extranodale.

Per questo, i ricercatori hanno ipotizzato che l’aggiunta di chemioterapia migliori gli esiti oncologici — controllo locoregionale (LRC), sopravvivenza libera da malattia (DFS) e sopravvivenza globale (OS) — solo nei pazienti con ENE maggiore, ma non in quelli con ENE minore.

Sono stati inclusi 755 pazienti con OSCC chirurgicamente resecato e linfonodi positivi, arruolati tra il 2005 e il 2018 in quattro centri chirurgici ad alto volume in Australia, Stati Uniti e Canada. Di questi pazienti, il 17% presentava ENE minore, il 32% ENE maggiore, mentre il restante 51% non aveva ENE. I campioni tissutali sono stati rivalutati centralmente per confermare la classificazione dell’ENE. 

La chemioterapia adiuvante era raccomandata nei casi con margini positivi o qualsiasi estensione extranodale, ma veniva talvolta omessa per motivi clinici (età, comorbilità, rifiuto del paziente). Le analisi includevano modelli multivariabili e confronto tra coorti abbinate per punteggio di propensione.

Cosa emerge dallo studio

Sia l’ENE minore che quella maggiore sono risultate associate a prognosi significativamente peggiori rispetto ai pazienti senza ENE, in termini di LRC, DFS, OS e controllo a distanza (DC). Tuttavia, l’estensione dell’ENE ha mostrato un impatto differenziale sulla risposta al trattamento adiuvante.

Tra i pazienti con ENE minore, solo il 39,7% ha ricevuto chemioterapia. Né le analisi multivariabili né l’abbinamento per punteggio di propensione hanno mostrato un beneficio significativo della chemioterapia su LRC, DFS o OS. Le percentuali di sopravvivenza a 5 anni si sono mantenute sovrapponibili tra i trattati e non trattati (OS 57% in entrambi i gruppi). Questi dati suggeriscono che l’ENE minore, se isolata, potrebbe non giustificare l’aggiunta di chemioterapia, con implicazioni importanti per la personalizzazione della terapia adiuvante.

Al contrario, nei pazienti con ENE maggiore, la chemioradioterapia si è dimostrata efficace. Le analisi multivariabili hanno evidenziato un miglioramento significativo della DFS (HR 0,58) e dell’OS (HR 0,61) nei pazienti trattati. Anche nelle coorti abbinate, i benefici sono risultati clinicamente rilevanti: DFS a 5 anni pari al 33% nei trattati vs 11% nei non trattati; OS pari al 41% vs 15%. Tuttavia, non si è osservato un impatto significativo sul controllo locoregionale.

Fattori prognostici aggiuntivi associati a esiti peggiori in questo sottogruppo includevano lo stadio pN avanzato, la presenza di invasione linfovascolare (LVI) e un punteggio ECOG più elevato.

Curiosamente, la chemioradioterapia non ha migliorato il controllo a distanza in nessuno dei due sottogruppi, suggerendo che il vantaggio osservato in termini di sopravvivenza potrebbe essere legato più a un miglioramento del controllo microlocale che alla prevenzione di metastasi a distanza.

Conclusioni e implicazioni cliniche

Questo studio rappresenta una delle analisi più approfondite sulla stratificazione dell’ENE in ambito OSCC e propone una distinzione clinicamente rilevante tra ENE minore e maggiore. Nei pazienti con ENE maggiore, la chemioradioterapia adiuvante si conferma efficace e deve essere raccomandata. Al contrario, nei casi con ENE minore isolato, i dati suggeriscono un potenziale sovratrattamento, rendendo auspicabile una valutazione prospettica per identificare pazienti che potrebbero evitare la chemioterapia senza compromettere gli esiti oncologici.

Le conclusioni devono essere interpretate alla luce di alcune limitazioni: la natura retrospettiva dello studio, le perdite al follow-up, il potenziale bias di selezione e l’assenza di informazioni dettagliate sulle cause di morte. Sebbene siano state applicate metodologie robuste di analisi statistica, tra cui l’abbinamento per punteggio di propensione, non è possibile escludere completamente l’influenza di fattori confondenti non misurati.

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