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Disfagia: quando deglutire diventa difficile

Disfagia: quando deglutire diventa difficile

Anche quando appare come un disturbo modesto, può essere il segnale di una condizione che richiede attenzione.

In questo articolo

La disfagia è una condizione caratterizzata dalla difficoltà a deglutire, cioè a far passare correttamente alimenti, liquidi o saliva dalla bocca allo stomaco. Può presentarsi in modo lieve e occasionale, per esempio quando si mangia troppo in fretta o si mastica male, ma può anche essere il segnale di un disturbo più complesso che interessa la bocca, la faringe, l’esofago, il sistema nervoso o la muscolatura coinvolta nella deglutizione.

Chi soffre di disfagia può avvertire la sensazione che il cibo “si fermi” in gola, dietro lo sterno o alla bocca dello stomaco. In alcuni casi il disturbo riguarda soprattutto i cibi solidi, in altri i liquidi, in altri ancora entrambi. È importante distinguere questa condizione da altre sensazioni simili. Per esempio, il cosiddetto “nodo in gola”, oggi spesso definito globus faringeo, è una percezione di corpo estraneo o costrizione alla gola che non necessariamente comporta una reale difficoltà nel passaggio del cibo. Diversa è anche l’odinofagia, cioè il dolore durante la deglutizione: in questo caso il problema principale non è tanto il blocco o la difficoltà a deglutire, quanto il dolore che compare quando si inghiotte. Tuttavia, disfagia e odinofagia possono coesistere, soprattutto in presenza di infiammazioni, infezioni, lesioni o patologie del tratto aero-digestivo superiore.

La deglutizione è un gesto che compiamo molte volte al giorno senza pensarci, ma in realtà è un processo estremamente sofisticato. Richiede l’intervento coordinato di numerosi muscoli e nervi, che devono attivarsi in sequenza precisa per permettere al cibo di procedere dalla cavità orale alla faringe, poi all’esofago e infine allo stomaco. Solo la prima fase è volontaria: quando mastichiamo, mescoliamo il cibo con la saliva e lo trasformiamo in un bolo morbido e compatto, che la lingua spinge verso la parte posteriore della bocca. Da quel momento in poi, la deglutizione diventa in larga parte automatica. Si attivano riflessi che proteggono le vie respiratorie, chiudono temporaneamente l’accesso alla laringe e indirizzano il bolo verso l’esofago. Se anche uno solo di questi passaggi si altera, possono comparire difficoltà, tosse, senso di soffocamento o rischio di aspirazione.

Le diverse forme di disfagia

Non tutte le disfagie sono uguali. Una distinzione fondamentale riguarda la sede in cui si verifica l’ostacolo o il malfunzionamento.

Si parla di disfagia orofaringea quando il problema riguarda la fase iniziale della deglutizione, cioè il trasferimento del bolo dalla bocca alla faringe e da qui all’esofago. In questi casi la persona può avere difficoltà ad avviare la deglutizione, può tossire subito dopo aver ingerito cibo o liquidi, può avvertire la sensazione che qualcosa vada “di traverso” o può notare fuoriuscita di liquidi dal naso. Questa forma è spesso legata a disturbi neurologici o muscolari, perché la fase orofaringea richiede una coordinazione molto precisa tra lingua, palato, faringe, laringe e muscoli respiratori.

Si parla invece di disfagia esofagea quando la fase iniziale avviene correttamente, ma il bolo incontra difficoltà nel tragitto lungo l’esofago. In questa situazione il paziente può riferire la sensazione che il cibo si blocchi più in basso, dietro lo sterno o verso la bocca dello stomaco. Il disturbo può essere dovuto a un restringimento meccanico, a un’infiammazione, a una malattia da reflusso gastroesofageo, a un’alterazione della motilità esofagea o, più raramente, a patologie tumorali.

La disfagia può comparire a qualsiasi età, ma è più frequente negli anziani, nei pazienti che hanno avuto un ictus, nelle persone con malattie neurodegenerative e in chi è stato sottoposto a interventi chirurgici che coinvolgono bocca, faringe, laringe, esofago o distretto testa-collo. Anche nei bambini può essere presente, soprattutto in caso di prematurità, malformazioni congenite o disturbi neurologici.

Cause della disfagia

Le cause della disfagia sono numerose e possono essere molto diverse tra loro. In alcuni casi il problema è organico, cioè legato a una lesione, a una stenosi, a un’infiammazione o a una massa che ostacola fisicamente il passaggio del bolo. In altri casi il problema è funzionale: le strutture anatomiche possono essere integre, ma i muscoli e i nervi che regolano la deglutizione non lavorano in modo coordinato o efficace.

Nella disfagia orofaringea, una delle cause più comuni è rappresentata dalle malattie neurologiche. L’ictus, per esempio, può compromettere i circuiti nervosi che controllano la deglutizione e causare difficoltà anche importanti nelle prime fasi dell’alimentazione. Anche patologie come il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, la sclerosi laterale amiotrofica, le lesioni cerebrali o midollari e alcune distrofie muscolari possono interferire con la forza, la sensibilità e la coordinazione dei muscoli coinvolti.

Accanto alle cause neurologiche, esistono condizioni infiammatorie o infettive che possono rendere la deglutizione difficile. Faringiti, laringiti, tracheiti, bronchiti importanti o infezioni dell’esofago possono provocare dolore, gonfiore, alterazione della sensibilità locale e difficoltà nel transito del cibo. Anche i diverticoli faringei, cioè piccole estroflessioni della parete faringea in cui possono ristagnare residui alimentari, possono determinare senso di corpo estraneo, rigurgito, alito cattivo e disfagia.

Un capitolo importante riguarda i tumori del distretto testa-collo, dell’esofago e dello stomaco. In questi casi la disfagia può comparire perché la massa ostacola direttamente il passaggio del bolo, oppure come conseguenza di trattamenti chirurgici, radioterapici o chemioterapici. Per questo motivo una disfagia persistente, soprattutto se associata a perdita di peso, dolore, sangue, peggioramento progressivo o comparsa in età adulta senza causa apparente, deve sempre essere valutata con attenzione.

La disfagia esofagea può derivare da un restringimento dell’esofago, definito stenosi, spesso legato a processi infiammatori cronici o agli esiti del reflusso gastroesofageo. Il reflusso, infatti, può irritare nel tempo la mucosa esofagea e favorire cicatrici o alterazioni della parete. Anche i disturbi della motilità, come l’acalasia o lo spasmo esofageo, possono impedire al bolo di procedere normalmente verso lo stomaco. Nell’acalasia, in particolare, l’esofago perde in parte la capacità di spingere il cibo in modo coordinato e lo sfintere esofageo inferiore non si rilassa come dovrebbe.

L’invecchiamento può contribuire alla comparsa di disturbi deglutitori. Con l’età, infatti, possono ridursi la forza muscolare, la sensibilità faringea, la produzione di saliva e la capacità di coordinare rapidamente deglutizione e respirazione. Tuttavia, la disfagia non va considerata una conseguenza inevitabile dell’età: quando è presente, soprattutto se interferisce con l’alimentazione o la sicurezza del pasto, merita sempre una valutazione.

Nei neonati e nei bambini, invece, la disfagia può essere collegata alla prematurità, al basso peso alla nascita, a malformazioni come labiopalatoschisi, a disturbi dello sviluppo neurologico o a patologie congenite che interferiscono con la suzione, la respirazione e la deglutizione. In età pediatrica, il riconoscimento precoce è particolarmente importante perché il disturbo può influenzare crescita, nutrizione e sviluppo.

Le possibili conseguenze

La disfagia non è soltanto un fastidio durante i pasti. Se non viene riconosciuta e gestita in modo adeguato, può avere conseguenze rilevanti sulla salute generale.

La prima riguarda la nutrizione. Una persona che fatica a deglutire tende spesso a mangiare meno, a evitare determinati alimenti o a prolungare molto la durata dei pasti. Nel tempo questo può portare a un apporto insufficiente di energia, proteine, vitamine e minerali. La perdita di peso può essere graduale ma significativa, soprattutto negli anziani o nei pazienti fragili, nei quali anche una riduzione moderata dell’alimentazione può accelerare la perdita di massa muscolare e aumentare il rischio di complicanze.

Un secondo problema è la disidratazione. Deglutire i liquidi può essere difficile quanto, o più, che deglutire i solidi. L’acqua, essendo fluida e veloce, può scendere rapidamente e raggiungere le vie respiratorie prima che i meccanismi di protezione si attivino. Per questo alcune persone riducono spontaneamente l’assunzione di liquidi, con il rischio di disidratazione, stanchezza, confusione, stitichezza, infezioni urinarie e peggioramento delle condizioni generali.

La conseguenza più temuta è però l’aspirazione. Si verifica quando saliva, alimenti o liquidi entrano nelle vie respiratorie invece di proseguire nell’esofago. Talvolta l’aspirazione provoca tosse immediata, senso di soffocamento o voce gorgogliante; altre volte può essere “silente”, cioè non accompagnata da sintomi evidenti. Quando materiale contaminato raggiunge i bronchi o i polmoni, può comparire una polmonite da aspirazione, una condizione potenzialmente grave, soprattutto nei pazienti anziani, neurologici o immunocompromessi. Nei casi più acuti, l’ingresso di un boccone nelle vie aeree può provocare soffocamento e richiedere un intervento immediato.

La disfagia ha anche un impatto psicologico e sociale. Mangiare non è solo nutrirsi: è un momento di relazione, convivialità e autonomia. Chi ha paura di tossire, soffocare o non riuscire a finire il pasto può evitare le occasioni sociali, mangiare da solo o sviluppare ansia legata all’alimentazione. Per questo la gestione della disfagia deve considerare non solo l’aspetto medico, ma anche la qualità della vita.

Sintomi e segnali da non trascurare

La difficoltà a deglutire può manifestarsi in modo evidente oppure con segnali più sfumati. Alcune persone riferiscono chiaramente che il cibo si blocca, altre raccontano di dover bere molto per riuscire a mandare giù i bocconi, altre ancora impiegano molto tempo a mangiare o modificano spontaneamente la dieta scegliendo solo cibi morbidi.

Tra i sintomi più comuni rientrano la sensazione di corpo estraneo in gola, la necessità di deglutire più volte lo stesso boccone, la tosse durante o subito dopo i pasti, la comparsa di voce umida o gorgogliante dopo aver bevuto, la fuoriuscita di cibo o liquidi dalla bocca o dal naso, la salivazione eccessiva o la difficoltà a controllare la saliva. Alcuni pazienti riferiscono affaticamento durante il pasto, come se mangiare richiedesse uno sforzo insolito.

Nei casi più importanti possono comparire episodi di soffocamento, rigurgito, vomito dopo i pasti, infezioni respiratorie ricorrenti, febbre senza causa chiara, perdita di peso e riduzione progressiva dell’appetito. Sono segnali che richiedono una valutazione medica, soprattutto se il disturbo è persistente, peggiora nel tempo o compare improvvisamente.

Come si arriva alla diagnosi

La diagnosi di disfagia parte sempre da un’attenta raccolta della storia clinica. Il medico deve capire quando è iniziato il disturbo, se riguarda solidi, liquidi o entrambi, se è costante o intermittente, se si associa a tosse, dolore, calo ponderale, febbre, alterazioni della voce, rigurgito o sintomi neurologici. È utile sapere anche se il paziente ha avuto ictus, interventi chirurgici, radioterapia, malattie neurologiche, reflusso gastroesofageo o infezioni recenti.

La valutazione clinica comprende l’osservazione della bocca, della lingua, della faringe, della voce, della postura e della capacità di tossire. Nei pazienti in cui si sospetta un’origine neurologica, è importante valutare la forza muscolare, la sensibilità, i riflessi e la coordinazione. Talvolta può essere effettuato uno screening della deglutizione, che consente di identificare i soggetti a rischio e decidere se procedere con esami più specifici.

Quando il sospetto di disfagia è concreto, il paziente può essere indirizzato a specialisti come otorinolaringoiatra, foniatra, logopedista, gastroenterologo o neurologo, a seconda del quadro clinico. Gli esami strumentali più utilizzati comprendono lo studio fibroendoscopico della deglutizione e la videofluoroscopia. Il primo permette di osservare direttamente, attraverso una sottile fibra ottica, il comportamento della faringe e della laringe durante la deglutizione. Il secondo consente di seguire il percorso del bolo, reso visibile da un mezzo di contrasto, e di valutare in modo dinamico le diverse fasi del processo.

Se si sospetta una disfagia esofagea, possono essere indicati esami come l’endoscopia digestiva, la radiografia con mezzo di contrasto, la manometria esofagea o altri accertamenti mirati. L’obiettivo non è soltanto confermare la presenza della disfagia, ma soprattutto capirne la causa e definire il rischio di aspirazione, malnutrizione e disidratazione.

Trattamento e gestione

Il trattamento della disfagia dipende dalla causa. Non esiste quindi un’unica terapia valida per tutti. Nei casi in cui il problema sia dovuto a una patologia reversibile, come un’infiammazione, un’infezione o un restringimento trattabile, l’intervento mirato può migliorare o risolvere la difficoltà. Quando invece la disfagia è legata a malattie neurologiche croniche o a esiti chirurgici complessi, l’obiettivo può essere quello di ridurre i rischi, migliorare la sicurezza dell’alimentazione e mantenere il miglior livello possibile di autonomia.

Nella disfagia orofaringea, un ruolo centrale è svolto dalla riabilitazione deglutitoria. Il logopedista o il terapista specializzato può proporre esercizi per migliorare forza, coordinazione e sensibilità dei muscoli coinvolti. Possono essere insegnate manovre specifiche, posture compensatorie e strategie per rendere la deglutizione più sicura. Il percorso va sempre personalizzato, perché una manovra utile per un paziente può non essere adatta a un altro.

Nella disfagia esofagea, il trattamento può includere farmaci, procedure endoscopiche o interventi chirurgici. Se il disturbo è legato al reflusso gastroesofageo, la terapia farmacologica e le modifiche dello stile di vita possono ridurre l’infiammazione e prevenire complicanze. In presenza di stenosi, può essere necessaria una dilatazione endoscopica. Nei disturbi della motilità, come l’acalasia, si possono utilizzare procedure specifiche per facilitare il passaggio del bolo verso lo stomaco. Quando la causa è tumorale, il trattamento viene definito in base alla sede, allo stadio della malattia e alle condizioni generali del paziente.

Nei casi più gravi, quando l’alimentazione per bocca non è sicura o non garantisce un apporto sufficiente, può essere necessario ricorrere temporaneamente o stabilmente a forme di nutrizione artificiale, come il sondino naso-gastrico o altre vie di accesso enterale. Questa decisione richiede sempre una valutazione multidisciplinare, perché coinvolge aspetti clinici, nutrizionali, funzionali ed etici.

Alimentazione e sicurezza durante i pasti

La dieta è uno degli strumenti più importanti nella gestione quotidiana della disfagia. L’obiettivo è consentire al paziente di alimentarsi in modo sicuro, riducendo il rischio di aspirazione e garantendo al tempo stesso un adeguato apporto di nutrienti e liquidi.

Spesso è utile modificare la consistenza degli alimenti. Le preparazioni morbide, cremose, omogenee e prive di grumi sono generalmente più facili da controllare in bocca e da deglutire. Creme di verdure, purè, semolini, mousse, omogeneizzati, yogurt densi e preparazioni frullate possono essere indicate, ma devono essere adattate alla situazione specifica. Gli alimenti a doppia consistenza, come minestre con pezzi, pastina in brodo, cereali nel latte o riso molto liquido, possono risultare più difficili perché richiedono di gestire contemporaneamente una parte solida e una liquida. Anche i cibi secchi, friabili, filamentosi, appiccicosi o in polvere possono aumentare il rischio di residui in gola o aspirazione.

Quando la difficoltà riguarda i liquidi, può essere necessario utilizzare bevande addensate o acqua gelificata. Gli addensanti permettono di modificare la velocità con cui il liquido scende, rendendolo più controllabile durante la deglutizione. Anche in questo caso, però, la consistenza corretta deve essere stabilita da professionisti esperti, perché non tutti i pazienti hanno bisogno dello stesso grado di addensamento.

Poiché spesso le quantità assunte sono ridotte, la dieta deve essere nutrizionalmente densa. Significa che piccoli volumi di cibo devono fornire una quantità adeguata di calorie, proteine e micronutrienti. Il supporto di un nutrizionista o dietista è particolarmente utile per evitare dimagrimento, carenze e disidratazione.

Alcuni comportamenti pratici possono aiutare a rendere il pasto più sicuro:

  • mangiare con calma, evitando di parlare mentre si mastica o si deglutisce;
  • assumere piccoli bocconi e deglutire completamente prima di introdurre altro cibo;
  • mantenere il busto eretto, con collo stabile e capo leggermente flesso in avanti se indicato dagli specialisti;
  • evitare distrazioni durante il pasto;
  • restare seduti per un certo tempo dopo aver mangiato;
  • curare con attenzione l’igiene orale, perché residui di cibo e batteri presenti nella bocca possono aumentare il rischio di infezioni respiratorie in caso di aspirazione.

La disfagia, quindi, non va sottovalutata. Anche quando appare come un disturbo modesto, può essere il segnale di una condizione che richiede attenzione. Riconoscerla precocemente, individuarne la causa e intervenire con un approccio personalizzato permette non solo di migliorare la deglutizione, ma anche di prevenire complicanze importanti come malnutrizione, disidratazione e polmonite da aspirazione. In molti casi non si tratta soltanto di “mangiare meglio”, ma di restituire sicurezza, autonomia e qualità di vita a una funzione quotidiana tanto semplice in apparenza quanto complessa sul piano fisiologico.

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