Anche una ipoacusia lieve può modificare il modo in cui l’anziano percepisce le proprie capacità di ascolto e sceglie di affrontare le situazioni comunicative difficili: nello studio pubblicato su Ear & Hearing, Chiara Valzolgher, del Center for Mind/Brain Sciences – CIMeC dell’Università di Trento, e colleghi mostrano che l’età di per sé non compromette la metacognizione dell’ascolto in rumore, mentre la perdita uditiva si associa a minore autoefficacia e a un uso meno frequente di alcune strategie compensatorie.
Ascoltare nel rumore: una sfida uditiva e cognitiva
La comprensione del parlato in ambienti rumorosi dipende dall’integrità dell’input acustico, ma anche da processi cognitivi top-down come attenzione, memoria di lavoro e uso delle conoscenze pregresse. Gli autori collocano il tema nel quadro della metacognizione, cioè la capacità di monitorare la propria prestazione, riflettere sui propri processi cognitivi e regolare il comportamento in base alla consapevolezza delle proprie difficoltà.
Nel campo dell’ascolto, questa dimensione viene definita metalistening. Il punto clinicamente rilevante è che gli anziani, pur essendo spesso consapevoli delle difficoltà uditive, possono mettere in atto risposte non adattive, come ritiro comunicativo o isolamento sociale. Capire se il problema riguardi il monitoraggio delle proprie prestazioni, le convinzioni sulle proprie capacità o l’uso delle strategie può quindi avere implicazioni per la presa in carico audiologica.
La ricerca dell’Università di Trento ha coinvolto 79 partecipanti, suddivisi in tre gruppi: 26 giovani adulti normoudenti, 26 anziani normoudenti e 27 anziani con ipoacusia lieve, nessuno dei quali utilizzava apparecchi acustici. I partecipanti erano italiani madrelingua, con visione normale o corretta e senza deficit cognitivi secondo il Montreal Cognitive Assessment.
Il monitoraggio metacognitivo è stato valutato con un compito di ascolto nel rumore in ambiente di realtà virtuale. I partecipanti ascoltavano frasi di quattro parole immerse in rumore di fondo e, dopo ogni frase, dovevano indicare le parole comprese e il grado di sicurezza della risposta. In parallelo, sono stati somministrati questionari su locus of control, autoefficacia, conoscenza metacognitiva, atteggiamento verso gli apparecchi acustici e strategie di coping nelle situazioni di ascolto difficile.
L’età non peggiora la metacognizione dell’ascolto
Il confronto tra giovani adulti normoudenti e anziani normoudenti non ha mostrato differenze significative nella prestazione, nel compito, nella fiducia espressa dopo le risposte o nel monitoraggio metacognitivo. Anche i questionari non hanno evidenziato effetti dell’età su autoefficacia, locus of control o conoscenza delle difficoltà di ascolto.
Gli autori interpretano questi dati come un’ulteriore conferma che l’età, da sola, non compromette necessariamente la capacità di valutare la propria performance di ascolto in rumore. In un’analisi esplorativa che integrava dati di uno studio precedente con lo stesso disegno sperimentale, gli anziani mostravano addirittura una lieve superiorità nel monitoraggio metacognitivo rispetto ai giovani, pur senza differenze in performance e fiducia.
L’ipoacusia cambia le convinzioni su sé stessi
Il risultato più interessante emerge dal confronto tra anziani normoudenti e anziani con ipoacusia lieve. Anche in questo caso, la prestazione nel compito di ascolto in rumore, la fiducia e il monitoraggio metacognitivo risultavano comparabili. La perdita uditiva lieve, quindi, non sembrava compromettere la capacità di capire quando una risposta era corretta o incerta.
Tuttavia, gli anziani con ipoacusia riportavano una minore autoefficacia, soprattutto nelle condizioni di ascolto più complesse, e punteggi più elevati nella sottoscala del locus of control riferita alla probabilità di avere o sviluppare difficoltà uditive. Questo dato, secondo gli autori, indica una consapevolezza delle limitazioni uditive, ma anche una percezione meno favorevole della propria capacità di gestire le situazioni comunicative difficili.
Strategie compensatorie: il nodo clinico
Lo studio mostra anche che gli anziani con ipoacusia lieve riferivano un uso meno frequente di alcune strategie adattive, in particolare quelle legate alla gestione della perdita uditiva e, in parte, alle strategie non verbali come l’uso degli indizi visivi o l’attenzione al volto dell’interlocutore. Al contrario, non sono emerse differenze significative nell’atteggiamento verso gli apparecchi acustici, valutati in generale come utili, né nell’intenzione di adottarli in caso di necessità.
Gli autori sottolineano che autoefficacia e percezione di controllo sono associate all’uso delle strategie: un locus of control più interno si accompagna a una maggiore probabilità di mettere in atto comportamenti compensatori, mentre una minore autoefficacia può orientare verso strategie meno esplicite, che non richiedono di dichiarare apertamente la difficoltà uditiva.
Verso una presa in carico più metacognitiva
La conclusione è che la metacognizione dell’ascolto appare complessivamente preservata nell’anziano, anche in presenza di ipoacusia lieve, ma le convinzioni sulla propria efficacia e sul controllo delle difficoltà possono influenzare il comportamento comunicativo.
Per la pratica ORL e audiologica, il messaggio è che la valutazione della perdita uditiva non dovrebbe limitarsi alla soglia audiometrica: integrare aspetti metacognitivi, counseling e training sulle strategie adattive potrebbe aiutare gli anziani con ipoacusia a trasformare la consapevolezza del problema in comportamenti più efficaci nella vita quotidiana.