Durante il 47° Congresso della Societas ORL Latina, tenutosi a Catania a novembre 2025, The Entologist ha chiesto a Salvatore Ferlito (Università di Catania) di inquadrare l’acufene nella pratica clinica: non solo la percezione di un suono in assenza di una sorgente esterna, ma un disturbo capace di erodere qualità della vita, umore e comportamento.
In Italia, ricorda Ferlito, la prevalenza stimata è attorno al 14,5% e circa il 90% dei pazienti presenta anche ipoacusia, motivo per cui otorinolaringoiatra e audiologo restano figure cardine di un percorso che deve essere necessariamente multidisciplinare. La diagnosi richiede anamnesi accurata e valutazione audiologica e otologica, ma Ferlito insiste su un punto spesso sottovalutato: l’empatia clinica, perché l’acufene tende a “spostarsi” dal sintomo uditivo alla dimensione del distress, con ricadute psicologiche e comportamentali.
In questo contesto si colloca uno studio condotto presso la Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università di Catania (diretta dal prof. Ignazio La Mantia) che ha valutato l’efficacia di un trattamento di modulazione neurobiologica nei pazienti con acufene cronico. La tecnologia citata è il REAC (Radio Electric Asymmetric Conveyer), basata sull’impiego di radiofrequenze e di una sonda brevettata per creare attorno al paziente un “ambiente” in grado di influenzare l’attività bioelettrica delle cellule nervose, considerata centrale per la neurotrasmissione.
L’ipotesi è che, in una parte dei pazienti, l’acufene si associ a un disequilibrio bioelettrico e che il riallineamento indotto possa tradursi in effetti più duraturi non solo sulla percezione del sintomo, ma anche sui circuiti cerebrali che regolano umore e comportamento. Il messaggio finale è una proposta di cambio di prospettiva: trattare l’acufene cronico significa prendersi cura di un disturbo complesso, in cui orecchio e cervello—sintomo e vissuto—vanno affrontati insieme.